26/08 Prima nazionale del nuovo “Magghjo” al Monsano Festival 2018


DOMENICA 26 AGOSTO – Ore 19,00
presso il centro storico di MORRO D’ALBA (lungo il camminamento della “scarpa” e Piazza Barcaroli) 
 
Vi presentiamo per lo Spettacolo Itinerante del Tramonto
 

 

CHI È BELLI DE FORMA DE MAGGHIO RITORNA

SPERIMENTALE TEATRO A – LA MACINA

regia di Allì Caracciolo

 

CAST

PROSA

Donna Maria Novella Gobbi

Uomo – Notaio Fabio Bacaloni

Uomo Giovane e Sposo Piergiorgio Pietroni

Donna Giovane e Sposa Maria Stella Righetti

MUSICALE

Cantore Gastone Pietrucci

MUSICI

Violino-Chitarre Adriano Taborro

Fisarmonica Roberto Picchio

Chitarra Marco Gigli

DIRETTORE MUSICALE Adriano Taborro

“Il Fanciullo di Maggio” Filippo Sileoni

COSTUMI E LOGO Maurizio Agasucci

RESPONSABILI PER LA RICERCA

per la prosa Giorgio Sposetti – Maria Novella Gobbi

per i canti Gastone Pietrucci

TESTO TEATRALE Allì Caracciolo

COORDINAMENTO ORGANIZZATIVO Giorgio Cellinese

ASSISTENTE ALLA REGIA Maria Novella Gobbi

REGIA Allì Caracciolo

 

NOTE DI REGIA

Lo spettacolo rappresenta la formalizzazione degli studi di ricerca condotti dallo ‘Sperimentale Teatro A’ sulle feste di maggio e di matrimonio: bruscelli, piantamaggio, cicli di mesi, cortei e riti nuziali, toccamano e formule di promessa e nozze, elenchi dotali e di concio della sposa.

Il testo dello spettacolo utilizza materiale orale di antichissima tradizione popolare comparata, e in parte materiale manoscritto di fine Cinquecento, di carattere semipopolare comico, tratto dalle due commedie (le cinquecentesche Borrocciate) e da un elenco dotale di Francesco Borrocci. I testi, sia di provenienza orale, che manoscritta, non hanno subito alcuna interpolazione, sono soltanto posti in successione drammaturgica secondo una struttura di fondo che intende cogliere il momento della festa popolare da varie angolazioni, fino a contrapporre ad essa le ragioni della miseria, del conseguente disagio e della protesta. Per quanto concerne la parte musicale, i testi provengono dal vasto patrimonio di cultura orale recuperato dalla cinquantennale ricerca sul campo dell’etnomusicologo Gastone Pietrucci, fondatore de La Macina e cantore-aedo degli stessi, affiancato dai suoi musicisti. Lo spettacolo, in un unico tempo, si impernia su due momenti:

1. Quello iniziale vede i bruscellanti sopraggiungere con il rituale ramo coperto di nastri a esprimere da un lato (dai testi di cultura orale) la frenesia dell’eros, del dispetto, dell’innamoramento, della primavera, simbolicamente evocata dall’antica figura del Fanciullo di Maggio, in una sorta di ossessione dionisiaca festosa di carattere popolare, segnata da scansioni ritmiche volte a suggerire la vocalità spaziale delle voci ‘a batocco’; dall’altro (dal manoscritto di Borrocci) un sotteso malcontento e latenti inquietudini, che la travolgente esuberanza non riesce a celare. Si delinea in tal modo un accenno di sfondo che, mentre sottrae l’evento-festa alla totale atemporalità, lo colloca in una prospettiva culturale e storica di cupo disagio sociale, evocata dalla calata dei Lanzichenecchi (“li Galli venienti”) e dal sacco di Roma, ove la carestia, i saccheggi, la miseria, la peste vengono, non appena evocati, respinti, ma di conseguenza implicitamente evidenziati, risultando ancor più gravemente incombenti. Tuttavia essi, in vari modi e forme, vengono esorcizzati: tramite ben diverse inquietudini, come quelle della fanciulla impaziente, del giovanotto focoso, dell’ansia di ripopolamento dei vecchi; oppure tramite il mito, come quello di Roma quale frontiera dell’utopia sociale, di cui prima, rovesciamente, era balenato il profilo di terra devastata dalle violenze del sacco; e, sopra a ogni cosa, la necessità esistenziale e culturale della festa: “Fa’ che più non si rasiona se non di ballare et de manecare et far feste allegramente”.

2. Il momento successivo si incentra sul rito del corteo nuziale e del toccamano, fino all’interminabile elenco dotale che scrupolosamente annota e legge l’affannato (e affamato) Notaio, artista dell’ars ‘buccolica’, maccheronica derivazione etimologica da bucca, bocca, valoroso rappresentante di una lunga teoria di ingegnosi, istruiti e sfortunati maestri dell’espediente della sopravvivenza. I Cantori, musici di occasione ma figure espressamente dionisiache, capaci di evocare, con saltarelli scatenati e arcaiche misure musicali, l’eros, il lavoro e la fatica dei campi, la dolorosa constatazione dello sfruttamento e la necessità di affermazione sociale, danno voce e suono all’ebrezza dell’amore o alla disperazione. Le immagini traggono da atteggiamenti e composizioni gestuali di incisioni e arti figurative del Cinque-Seicento popolari e dalle raffigurazioni pittoriche dei mesi tardo quattrocentesche, trasferiti tutti in una sorta di metatemporalità accennata e sorridente. Le voci, bilingui (lingua della produzione comica scritta cinquecentesca e antichi volgari della Marca, di tradizione orale), si innestano su impianti ritmici mossi e variati che utilizzano impostazioni tonali, diagrammi vocali, registri e risuonatori della vocalità attinente ai richiami e ai canti ‘a batocco’, ‘a biroccio’, ‘a dispetto’, ‘a mietere’, etc. ai ritmi delle castellane e saltarello; mentre emergono suggerimenti gestuali e inflessioni tonali della Commedia dell’Arte.

La vocalità percorre ogni suggestione, per riferire la multiforme esistenza delle forme e della loro incessante, ciclica, mutazione.

Allì Caracciolo