Corpo stramato


CorpoStramato

 

Io suono. Mi sono seduto sulla nuda terra

e ho suonato e cantato tristemente: o popolo mio!
Milioni di ebrei si assiepavano intorno a me e mi ascoltavano,
milioni di assassinati stavano ad ascoltarmi. […]
La valle di Ezechiele piena d’ossa: nulla al confronto.

 

Il canto del popolo ebraico massacrato di Ytzhak Katzenelson  (morto ad Auschwitz nel 1944. Il poema si salvò sotterrato dentro bottiglie)

 

 

LO SPETTACOLO

Ci si è chiesti, dopo Auschwitz, quale parola l’arte potrà più proferire.
Quale parola poetica possa esservi ancora, tale l’interrogativo disperato di Paul Celan, quale poesia possa mai sussistere, quale giustificazione ne può più legittimare la sopravvivenza.

Tuttavia, più che in altri tempi nel tragico secolo che è stato il 900, la memoria ha acquisito il male della evanescenza, del disciogliersi dalla materia come un filo stessuto, del dissolversi nell’etere come alito esalato. E il silenzio dell’indicibile non farebbe che divenire complice della cancellazione.
Forse la risposta a quesiti così drammaticamente ardui, risiede nella necessità di ancorare la memoria alla storia, di costruire per essa una dimora permanente che stabilizzi le sue fondamenta nella improrogabilità della non-ripetizione dell’orrore. È in tale ineludibile obbligo allora che può ricercarsi non solo la legittimazione della parola e della parola poetica dopo Auschwitz, ma anche le modalità del suo stesso essere ed esprimersi, la sua inderogabilità di parola essenziale fratto silenzio, il suo nuovo, diverso, statuto.
Se “poesie necessarie” Primo Levi denomina le terribili testimonianze de Il canto del popolo ebraico massacrato di Katzenelson, in tale rigorosa necessità della poesia, risiede non solamente la potenza di ancoraggio che l’arte può esercitare nei confronti della memoria, quanto il suo stesso fondamento di identità con l’essere.
Anche il documento, da tale punto di vista, non si mostra soltanto come forza etica di testimonianza: la sua potenza fatica è potenza poetica, la sua stessa forza, che travalica il reticolato a perimetro dell’orrore (e lo perimetra solo geometricamente), è atto poetico, poiché POESIA, dopo Auschwitz, non può che essere dizione della catastrofe, anche quando non la nominasse mai, e, pur se si flettesse a declinare amore o speranza o bellezza, in tali nomi dichiarerebbe l’estrema soglia del linguaggio, l’orizzonte del silenzio, la necessità morale del frammento, la propria definizione di presenza altra.

CORPO STRAMATO vuole proprio ciò: che nel documento, nella sua nuda verità, si pervenga a scoprire la tremenda, alta, forza poetica della TRASMISSIONE che è più potente del male assoluto.

 

1. NOTA
LA MARIONETTA E LA SUA DISTRUZIONE: antefatto poetico, quasi una parabola narrata nella grazia della danza e del corpo che possiede se stesso, costretto senza soluzione di continuità a oltrepassare la sorta di quarta parete costituita dal filo spinato, per essere stramato, smembrato cioè da se stesso e repertato con gli altri spezzoni di uomo suppellettili oggetti altro
I FRAMMENTI DEL CANTO: quando le corde vocali non possono più cantare, emettere suoni legati, formulare un fraseggio, seguire una linea melodica, un filo logico perché nemmeno la logica più remota o inusitata o inimmaginabile sussiste
IL CORPO DANZANTE: la parola urlata
IL BUIO: la storia il celamento l’annullamento della luce l’abisso la catastrofe
LO SPAZIO: l’architettura della catastrofe.

 

Il regista
Allì Caracciolo